Vent'anni di Scienze informatiche: una scommessa vinta

I sei professori co-fondatori della Facoltà di scienze informatiche. Nell'ordine, da sinistra a destra: Amy Murphy, Fernando Pedone, Michele Lanza, Alex Wolf, Mehdi Jazayeri e Antonio Carzaniga. © TiPress
I sei professori co-fondatori della Facoltà di scienze informatiche. Nell'ordine, da sinistra a destra: Amy Murphy, Fernando Pedone, Michele Lanza, Alex Wolf, Mehdi Jazayeri e Antonio Carzaniga. © TiPress
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L'attuale Decano della Facoltà, Marc Langheinrich. © TiPress
L'attuale Decano della Facoltà, Marc Langheinrich. © TiPress
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La Rettrice dell'USI, Luisa Lambertini © TiPress
La Rettrice dell'USI, Luisa Lambertini © TiPress
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Servizio comunicazione istituzionale

28 ottobre 2024

Si è recentemente tenuta la serata inaugurale che ha dato il via ai festeggiamenti per il ventesimo anniversario della Facoltà di scienze informatiche. Fondata nel 2004 come - all'epoca - quarta Facoltà dell'Università della Svizzera italiana (USI), nel corso dei decenni è cresciuta e si è consolidata, affermandosi come un polo d’eccellenza a livello mondiale. Oggi infatti vanta oltre 650 studenti provenienti da più di 40 Paesi e 1'300 alumni nel mondo. Ha inoltre ottenuto riconoscimenti internazionali per i suoi programmi educativi innovativi, e per la sua ricerca all'avanguardia.

L’evento inaugurale si è aperto con il benvenuto da parte della Rettrice Luisa Lambertini, la quale ha ricordato come la Facoltà di scienze informatiche nel corso dei decenni è cresciuta e si è consolidata, affermandosi come un polo d’eccellenza a livello mondiale.

Concluso il saluto da parte della Rettrice, è venuto il turno dell’attuale Decano della Facoltà di scienze informatiche, Marc Langheinrich. Il Decano ha ricordato come il successo della Facoltà, terzo polo in Svizzera nel settore dietro al Politecnico federale di Zurigo (ETH) e alla Scuola politecnica federale di Losanna (EPFL), sia merito anche dei 29 professori e degli oltre 100 ricercatori che ne fanno parte.

In seguito si è tenuta una stimolante tavola rotonda con i sei professori co-fondatori della Facoltà: Mehdi Jazayeri (primo Decano), Alex Wolf, Amy Murphy, Antonio Carzaniga, Michele Lanza e Fernando Pedone, i quali hanno condiviso con gli ospiti aneddoti e ricordi di questi primi vent’anni della Facoltà.

La serata, oltre ad aver ufficialmente inaugurato i festeggiamenti per l'importante compleanno della Facoltà, si è rivelata l’occasione perfetta per dialogare con il Decano fondatore, Mehdi Jazayeri. Di seguito vi proponiamo un'intervista realizzata dal Servizio comunicazione istituzionale.

 

Egregio Professor Jazayeri, la Facoltà di scienze informatiche ha ufficialmente inaugurato i festeggiamenti per il suo ventesimo compleanno. Lei l’ha vista prima nascere, e poi crescere: che emozioni prova, di fronte a questo traguardo?

"Sono molto contento, non potevo immaginare che la Facoltà sarebbe cresciuta così tanto. Quando abbiamo iniziato, contavamo 42 studenti di Bachelor e 8 dottorandi. Oggi invece ci sono più di 600 studenti, è incredibile. Mi ha inoltre rallegrato molto incontrare due miei vecchi studenti, oggi entrambi persone di successo, che mi hanno detto di essere molto soddisfatti di aver scelto l’USI per la loro formazione".

 

Facciamo un passo indietro di un paio di decenni: perché all’epoca, a inizio millennio, a Lugano si decise di puntare sull’informatica? Quale fu la visione?

"Il nostro obiettivo era quello di creare una Facoltà di scienze informatiche che potesse raggiungere un alto livello di qualità, però non ci aspettavamo che sarebbe accaduto così in fretta. Sapevamo anche che per riuscirci non sarebbe bastata la bravura dei singoli individui, ma era necessario assemblare un all star team. Bisogna inoltre sottolineare che creare una Facoltà comporta dei rischi, soprattutto per dei professori giovani che si giocano la carriera, ma - nel nostro caso - abbiamo pensato anche alla grande occasione di crescita intrinseca a questa opportunità. All’epoca ero convinto che si potesse sfruttare la città di Lugano come luogo di richiamo per attirare studenti e professori, considerando che sia in patria sia al di fuori della Svizzera è vista come una città magica. Non mi sbagliavo".

 

Vent’anni dopo, tracciando una sorta di bilancio, come valuta il cammino percorso?

"Il bilancio è sicuramente positivo. Direi che abbiamo vinto la scommessa fatta vent’anni fa, e la crescita della Facoltà ne è la prova. Certo, le sfide non sono mai mancate e continuano a non mancare. Il nostro curriculum, ad esempio, era stato concepito per avere numeri limitati di studenti. Volevamo creare un ambiente in cui studenti e professori potessero lavorare assieme. Naturalmente questo funziona se si hanno pochi iscritti, ma con la crescita citata in precedenza, va trovata la giusta soluzione per mantenere intatti gli equilibri. Anche tra le diverse personalità attive all'interno di una Facoltà così numerosa. Gli alti e bassi fanno parte del percorso, ma ribadisco che il cammino proposto dalla Facoltà è certamente positivo, anche perché ha sempre saputo superare gli ostacoli incontrati lungo la via".

 

L’informatica, strettamente legata alla tecnologia, ha vissuto cambiamenti epocali nel corso dell’ultimo ventennio. E, lanciando uno sguardo al futuro, si può presumere che lo stesso avverrà nei prossimi anni, pensando ad esempio al vasto mondo dell’Intelligenza Artificiale. Qual è il segreto per rimanere sempre al passo con i tempi, anche nella formazione?

"Nei primi 15 anni della Facoltà, alla fine di ogni semestre, noi professori effettuavamo un retreat - una riunione lontano dall’università - solamente per discutere i vari corsi e decidere come cambiarli in base a come vedevamo lo sviluppo della situazione e le prospettive per il futuro. Non so se questi retreat si tengano ancora, considerato che il numero di professori è nel frattempo lievitato (si tengono ancora, ndr). Ognuno di loro, ad ogni buon conto, è in grado di vedere il futuro per il suo settore e - naturalmente - sostiene che il suo ambito è quello su cui bisogna puntare. È difficile tenere un'armonia, facendo combaciare tutto, ma è necessario. Serve un gruppo di persone che abbiano come unica responsabilità quella di saper sintetizzare le cose basilari da inserire nei corsi".

 

A proposito di formazione, lei ha ricevuto numerosi riconoscimenti per l'innovativo programma didattico che ha introdotto a Lugano alla nascita della Facoltà. Può spiegarci in cosa consiste?

"Quando abbiamo iniziato vi erano le scuole universitarie professionali che insegnavano in particolare le attività pratiche, e le università che invece si occupavano di quelle teoriche. Ma entrambe le cose sono importanti. Noi volevamo creare un modo per combinare questi due aspetti, insegnare la teoria e poterla applicare. Perciò abbiamo creato degli atelier, dei corsi dove era possibile applicare la teoria imparata in progetti pratici, lavorando in gruppi di studenti. Ogni semestre si svolgeva un atelier specializzato e alla fine del semestre ogni gruppo doveva presentare il proprio progetto. Questo era molto interessante, perché per esempio negli Stati Uniti d'America gli studenti fino alla fine del dottorato non devono presentare nulla, mentre qui già dal primo semestre devi fare delle presentazioni dove difendi le tue idee. Inoltre, siccome ogni studente aveva il suo laptop, in ogni classe si poteva mettere subito in pratica ciò che il professore spiegava durante la lezione, e alla fine degli studi ogni studente aveva nel suo computer tutti i lavori svolti. Per noi era veramente fondamentale che lo studente potesse fare esperienza pratica, partendo dalla teoria che imparava a lezione".

 

Nel complesso, unendo alla formazione sia la pratica, sia la ricerca, vede un particolare punto di forza per quanto concerne la Facoltà di scienze informatiche dell’USI?

"Sicuramente l’insegnamento. Nelle altre università il focus è sulla ricerca. Hanno degli ottimi ricercatori e a loro affidano l’insegnamento, anche se magari non hanno nessun interesse. Per noi invece era - ed è - importante che chi venga all'USI sia interessato anche all’insegnamento. Abbiamo creato un ambiente che incoraggia i professori a svolgere un buon insegnamento, non semplicemente a fare il loro dovere".

 

Quanto le fa piacere, oggi, vedere inoltre che sempre più donne decidono di dedicarsi a questa materia?

"Per me è sempre stato importante avere anche delle figure femminili all’interno della Facoltà di scienze informatiche. Il primo anno è stato difficile, l’unica era Amy Murphy. Ma a partire dal secondo siamo riusciti a coinvolgere altre professoresse, arrivando a vantare una percentuale di donne veramente elevata. Per avere una diversità d’opinioni è fondamentale che entrambi i sessi siano partecipi, e quindi tutta la Facoltà ne ha tratto giovamento. Inoltre la marcata presenza di professoresse è stata cruciale al fine di attirare più studentesse, che si sentivano ancora più a loro agio in presenza della varietà di genere. Come fondatori, abbiamo enfatizzato questo aspetto ben prima che arrivassero le regole per la parità. Poi sono state introdotte, ma presso la nostra Facoltà il processo era già avviato".

 

Un’ultima domanda: che futuro auspica alla Facoltà che lei ha diretto? Come se la immagina, fra altri vent’anni?

"È una domanda molto difficile, poiché è complicato immaginarsela anche fra soli 5 anni. Chi lo sa? Vorrei però porre l'accento, come auspicio, su un concetto da noi originato, chiamato ethical computing o responsible computing (informatica etica o informatica responsabile, ndr). Siccome oggi l’informatica è presente ovunque, il lavoro svolto da un informatico ha impatto su molte cose nel mondo. È vitale che la mentalità dell'ingegnere sia votata a una forte responsabilità nei confronti di ciò che crea, e non semplicemente interessata a uno strumento che possa essere usato. Mi piacerebbe si sviluppasse e diffondesse un modo di pensare a questi aspetti che coinvolga l’etica e la responsabilità sul proprio operato, così come l’impatto che esso avrà sul mondo".